Giannina Piamonte
--- Caerano S. Marco 1915-1998
“Il Piave mormorava
calmo e placido
al passaggio
dei primi fanti
il ventiquattro
maggio!”
Siamo nel 1915, e(?),
proprio in questi giorni ho fatto il mio primo ingresso a Caerano, nella
casa in cui un mio prozio, “el zio Bapi” aveva fissato la sua dimora nel
1832 / casa che doveva risalire alla fine del ‘700: in due piani e un attico:
otto finestre con solide inferriate a pianterreno, otto finestre al primo
piano e due al secondo; la casa sorgeva di fronte alla chiesa, posizione
comoda per andare a Messa, ma posizione infelice perché sotto al campanile!
Ricordo che per ogni Messa, suonavano per più di mezz’ora tutte le campane!
Ritorniamo al 1915:
La mia famiglia allora era composta di sette persone: Io, papà, mamma, fratello,
nonna materna e due zie paterne (l’Evelina e la Carmela).
Nelle fotografie dell’epoca
compare anche un ufficiale che forse era nostro ospite.
Addossata alla casa
padronale c’era una casa colonica: non so chi l’abitasse; so solo che, quand’ero
bambina vi ho ritrovato dei bozzoli di seta. vuol dire che qualcuno vi aveva
fatto nascere i “cavalieri”.
“No!” disse
il Piave... “Non passa lo straniero!”
n (?)
Ma intanto, con la
disfatta di Caporetto, neanche a Caerano i miei si sentivano sicuri, e partimmo
per la Toscana, andammo a Lucca dove avrei imparato a parlare in italiano!!
Il ritorno a Venezia
ci riempì di gioia: mia mamma, triestina, era felice per l’annessione di
Trieste all’Italia!
La nostalgia della
campagna si fece subito sentire, ma la casa di Caerano non era in grado di
ospitarci, allora ripiegammo per una villeggiatura in affitto: due anni a
Montebelluna e due ad Asolo.
Intanto a Caerano
era stata demolita la casa colonica e fabbricata la casa nuova con la veranda,
che non ha mai avuti i vetri, e il garage, che non ha mai ospitato un’automobile!
In settembre del 1933,
morì mio papà, parte della casa fu affittata e parte venduta.
Una decina di anni
fa l’ala vecchia fu abbattuta e al suo posto sorsero nuove costruzioni.
Il Caerano che voglio
ricordare è quello del decennio ‘35-‘45:
Una piazza quadrata:
a destra le scuole e l’abitazione della signorina Boz, una zelante maestra
che non avrebbe sfigurato nel “Cuore” del De’ Amicis.
Sullo sfondo (della
piazza) la casa delle signorine Stocco, la Norina e la Ginetta, le sorelle
di quel dottor Ugo che aveva attraversato tante volte l’Atlantico come medico
di bordo!
A fianco della casa
Stocco: la bottega del “casolin” gestita dai fratelli Gallina; ricordo Gino
Gallina che mi dava qualche passaggio sul ferro della sua bicicletta!
E la strada dei Rossi
con l’offcina di Pei e la Dea ancora piccolissima!
E l’osteria di Ribeiro
da dove si potevano fare le telefonate interurbane e finché aspettavi la
comunicazione prendevi una bella “infumegada” prodotta dai giocatori di carte
che si cimentavano anche nel bridge.
E l’ufficio postale,
con Bepi che pazientemente smistava qualche decina di lettere!
E la Signora Rossi
che tentava di calmare il figlioletto che teneva in braccio, atterrito dal
mio frontino che usavo al tennis!
E poi: la pesa, dove
si controllava il peso dei carri, tirati ancora dai buoi!
E la “Maria cea” col
buon vinello e gli ottimi formaggi!
E le sorelle Marini?
E il negozietto di
filati con la “contessina”!
E poi la grotta con
la Madonna di Lourdes, davanti alla quale ho recitato le mie prime Ave Marie.
E la Signora Angelica
con la Pierina?
Dopo la curva della
strada: da una parte le donne che lavoravano sulla porta; dall’altra il fosso,
la fontana, la grande casa col porticato.
E poi Cà Benzi, dove,
in estate, venivano da Venezia gli Artigianelli di Don Orione e, infine “Le
Madonete” con le immagini rinfrescate dal pittore moderno.
E dopo le Madonete,
verso il Ponte Rebellato, sulla sinistra: una riva verde con due pini:
"forse a Caerano, sotto ai due pini
dovevan compiersi
i miei destini;
c’eran la luna,
le stelle d’oro
dissi di no...
persi anche il Moro"
Torniamo in piazza:
Sotto al campanile: la canonica.
E dalla canonica usciva
quatto, quatto Don Pasin!
E te lo trovavi davanti,
e avevi le sottane troppo corte, la blusetta troppo scollata e, peggio di
tutto, i calzetti!
Nemmeno il velo necessario
per accostarsi ai Sacramenti gli andava bene: “i pizzi davanti e no drio
le spale!”.
Non so come son riuscita
a farla franca quando andavo a fare il bagno in Brentellona dopo la casa
di Gabriel!
E quando avevo ospiti,
non tralasciavo mai di fare con loro una passeggiata sotto il chiaro di luna
lungo la Brentellona: “la flirtacion walck”!
E mi divertivo anche a dipingere qualche quadretto con la Rocca di Cornuda che appariva incorniciata dagli archi della vecchia centrale elettrica di Via Lavaggio.
Ritornati
in piazza, si attraversava il Ponte S. Marco
"se il Ponte S. Marco passerai
questa questa qui è bella
con pochi passi troverai
il Cristo con l'ombrella!"
La strada che porta verso i colli di Maser (ora via Piave?) era chiamata
Via Parigi.
Il merciaio, mi pare ancora di vederlo, il vecchio Bigio, aveva scritto l'insegna
per il suo negozietto:
"chincaglie, ombrelli,
berretti, filati
e cappelli"
Lì io comperavo "le balete de fragna par zogar ai sasseti".
Di fronte: la farmacia dove la Signora Lisetta aspettava i clienti curando
un magnifico giardinetto pieno di rare piante e profumatissimi fiori;
Ma il profumo più grandito era quello che si sprigionava dal vicino forno
quando l'Assunta (?) tirava fuori delle magnifiche "ciope" aiutata da Amedeo;
nei tempi difficili mi permettevano di cuocere nel forno "i baicoi veneziani!".
La botteghetta della Maria Stocco non era molto invitante ma certi "millegusti"
non si trovavano che da lei o nei banchetti della sagra!
Dal ponte potevi ammirare il mulino mentre con la sua grande ruota, mossa
dall'acqua della Brentellona, macinava montagne di frumento e di granoturco.
Passato il ponte, trovavi una bellissima casa colonica dove mi invitavano
a "despanociar" ed io ricuperavo i capelli per rinnovare le chiome diradate
delle mie bambole.
Ado (punto) Stocco (punto) Pastificio (punto) e, sotto la scritta , entravi
in una stradina che ti portava alla Madonna della Salute (non mancavo di
andarci se il 21 novembre non ero ancora rientrata a Venezia).
E la stradina che portava alla Salute, ad un certo punto si biforcava, piegava
sulla destra, verso Maser-Crespignaga e trovavi un piccolo cimitero diventato
importante negli anni '70-'72 quando i Brion-Vega hanno affidato la costruzione
della tomba di famiglia a Carlo Scarpa, l'architetto che ha lasciato la sua
impronta nel restauro del Palazzo dei Querini Stampalia.
Rientrando a Caerano, non posso non ricordare Maser con la sua Villa Giacomelli,
affrescata da Paolo Veronese.
Quando a Caerano ci arrivavano degli ospiti, era indispensabile la passeggiata,
attraverso i campi, fino a Maser con visita alla Villa e al Tempietto Palladiano,
dove c'era un'eco divertentissima che ti ripeteva intere frasi di quello
che dicevi.
Ricordo quando la proprietà della Villa passò dai Giacomelli ai Volpi. Il
Conte Giuseppe Volpi (per gli amici: Bepi nostro (???)) forse era stato compagno
di mio padre al Liceo Marco Foscarini e forse, anche prima, al Seminario
di Treviso.
Non potrò mai dimenticare la figlia del Conte Volpi: Marina Lulling Boschetti,
perché fu lei che mi presentò al Dottor Lombroso e gli disse una buona parola
per la pubblicazione del mio libro "Venezia vista dall'acqua".
Nelle mie peregrinazioni in bicicletta era sempre inclusa una pedalata fino
a Crocetta. La Via Lavaggio era fiancheggiata da una serie di archi su cui
scorreva la Brentellona che metteva in moto la turbina di una centrale elettrica
(devo avere ancora un quadretto ricordo fatto con i pastelli) e questi archi
incorniciavano una serie di colli che terminava con la Rocca di Cornuda.
Oltrepassata, al Ponte di Pietra la Via Feltrina, trovavi la casa della zia
Checchina, una casa piena di ricordi dell'Ottocento in mezzo ad un brolo
ricco di fiori e di frutta.
E da Crocetta passavo a Biadene: di fronte alla Chiesa Vecchia: la casa Boschieri.
Il commendatore Giacomo, amico di mio papà; la Signora Catia, amica di mia
mamma, Toni, a cui mio fratello Guido era tanto affazionato, martire dell'ultima
guerra e Teresita, l'amica mia più cara (qui presente) che ho conosciuto
qui a Caerano davanti un banchetto della Sagra del Rosario tanti e tanti
anni fa.
Anche a Montebelluna ho avuto modo di frequentare carissimi amici ed amiche,
ma ora ho parlato anche troppo...
Ricorderò ancora il Dottor Giuseppe Fonte Basso che era medico a Caerano
quando avevamo ancora la casa di fronte alla chiesa, sua moglie Maria, da
poco scomparsa, Paolo, il primo dei suoi figli e Raffaella, la prima delle
sue figlie che è anche mia figlioccia.
E ora, per finire, una mia composizione in "caeranoto" ispirata dal libro
di Danilo Zanetti:
Vocabolario del dialetto di Caerano e Montebelluna
El tosatel careanot
Un tosatel piedescalz
(no l'avea mai ne' galoze, ne' zopei, ne' dàlmare) co le braghesse paze de
paltan, el costumava 'ndar, festa e indopara, oltra in cao del cavedin al
pusterno, onde che la cioca costumava pòndar. La pondéa int'un burigòz darente
un talpòn.
El cèo, avanti de tor su l'ovo, l'insembrava 'na branca de farina daea co
un ciot de radicèe par incontentar el piot, che 'ndava anca lu nel burigòz.
El mercol, el tosatel spessegava par 'rivar al marcà de Montebeuna 'vanti
meodì: no'l 'ndava par la strada maestra, ma scavezacamp, drio le gombine
onde che la ua frambola tacava a varedàr.
El savéa, el ceo, che no'l dovea sapegar l'erba, par no dezipar i fioret,
senò el gavarae dovest trarli via.
Dopomeodì el tosatel, se no scaivoeava, el 'ndava a far sest co i altri tosatei,
e far le gambùtoe o el saltamussa sui prai, a ogar inte a Branteona, opur
el 'ndava de strassinon fin not.
Ogni di so pare tornava casa un fiantìn in ciarìna, e so mare fassea comarez
darente la porta; la broava su, la desgatiava la lana del lavoro a feri,
la dis-ciucava el gilè al ceo.
Prima de 'ndar inte'l let, l'era tut un osament: el pare ghe dava, la mare
ghe bravava, e el ceo... criava.
(Piccolo saggio di dialetto caeranese di Giannina Piamonte)
Villa Benzi Zecchini
In un estratto dell’Enciclopedia
Italiana (Treccani 1997) trovo: che nel Settecento, una veneziana è proprietaria
di “mulini da seta alla Bolognese”. E’ la nobildonna Laura Zechin Zen e il
suo mulino è situato a Caerano, nel Trevigiano.
Valeria Zecchini,
figlia di Laura, nel 1635, sposa Benigno Benzi.
Un discendente, Michele
Benzi, all’inizio dell’800, sposa Elisabetta Casser ed è questa Elisabetta,
morta nel 1836, che lasciò all’allora Congregazione di Carità di Venezia
(l’attuale I.R.E.) i due palazzi in Fondamenta della Madonna dell’Orto dove
ha sede l’Ospedale Fate-bene-fratelli, e questa villa di Caerano dove l’attuale
Comune ha accolto una nutrita biblioteca e ospita l’Associazione Aglaia Anassillide.
Aglaia Anassillide
è lo pseudonimo di Angela Veronese, poetessa d’Arcadia, nata a Biadene e
vissuta fra il 1778 e il 1847.
Tanti anni fa, nei
mesi estivi, la villa ospitava (in cologna, come si diceva allora) istituti
di bambini veneziani quali l’Istituto Manin in Lista di Spagna o gli Artigianelli
delle Zattere.
Qualche domenica ho
ascoltato la Messa in villa, tantopiù che il Padre celebrante mi impartiva
qualche lezione di matematica, materia scolastica da me preferita, dove m’ero
fatta beccare sui numeri complessi, agli esami di IIIa ginnasio al Foscarini.
(testo di Giannina
Piamonte)